Paranoia.

Aveva fatto un lavoro egregio nei giorni passati: ognuno di noi messo a tacere, dal primo all’ultimo, dal più quieto al più drammatico. Io stessa mi ero ritrovata zittita, a malapena osservatrice, forse, a volte, credo. Eppure se l’era cavata, anzi, era addirittura risultato piacevole.

Ora è a letto, i muscoli sono tesi, dalla punta dei piedi al volto, i denti digrignati, le guance contratte, gli occhi strizzati. Prova a rilassarsi, prova a distendere il viso, poi gradualmente passa alla schiena, cerca di sciogliere le gambe, e gradualmente ogni singolo muscolo si contrae di nuovo.
Respira. Deve muoversi.
Ed è sedendosi sul letto che la vede.

Paranoia.

Paranoia è di fronte Lei, in piedi, bella ed agghiacciante allo stesso tempo. Con Paranoia c’è qualcuno.
Lei è sul palco, le punte ai piedi, il body le fascia il corpicino esile -anche se ultimamente ha messo su qualche chilo-, la calzamaglia bianca nasconde quei lividi sulle gambe che solo lei può sentire.
In Arabesque ha modo di osservare la scena, come se lei fosse il pubblico, come se Paranoia avesse un riflettore puntato addosso mentre si accompagna a quel Qualcuno.
Scende dal palco, deve togliere le punte, i piedi le sanguinano, probabilmente si è rotta di nuovo qualcosa, fatica ad appoggiare. Sfilate le scarpette, a piedi nudi, attraversa il pubblico, il passo è deciso, il dolore è altro.
Si lascia appena sfiorare da Paranoia mentre passa, e Qualcuno prova a parlare, ma Lei non sente.

Sembra tutto finito. Prende un respiro. Qualche lacrima scende.

Paranoia. Non è nulla.

Lei si accende una sigaretta, Paranoia non mostra emozioni, c’è chi è confuso.

No. Non esiste. Dormi. Devo andare a dormire.

I muscoli non rispondono. Basterebbe lasciarsi cadere, no? Eppure Paranoia è ancora lì, che la guarda, mentre noi, in silenzio, contempliamo lei.
Le do una spinta, le gambe La reggono e la porto alla sedia. Sono le 2.38, domani ci sveglieremo alle 7.00, ma finché lei ci guarda ed il corpo non vuole muoversi, tanto vale scrivere.

E mette mano ancora allo scritto, per la terza volta.
Per parlare con te, Paranoia. Perché ti ha vista, perché sa com’era, ha visto come stavate bene, e l’unica cosa che riesce a pensare è: “come hai potuto?”

Advertisements

Treni

Da qualche anno a questa parte i treni, e talvolta gli autobus, sono diventati i mezzi di trasporto che vedo di piú. Di questi ultimi mesi si può dire li abbia passati principalmente in treno.

Da qualche anno a questa parte mi trovo quasi a casa nelle stazioni, mi fa sempre piacere andarci, anche quando non devo partire.

Credo succeda quando le persone a te care vivono lontano. Ci sará qualcuno affezionato agli aeroporti, qualcuno che in auto amerá percorrere una determinata autostrada, checchè se ne dica del traffico, ci sará qualcuno che percepirá questa piacevole stretta al cuore alle fermate degli autobus.

Per me è cosí coi treni.
C’è però una nota triste nei viaggi. Spesso bisogna tornare.

Io piango quasi abitualmente quando torno a casa, a volte anche quando lascio casa, e trovo ci sia del bello: se fa male lasciare quel posto è perché c’è qualcosa che fa sentire la sua mancanza. Qualcosa o qualcuno “that’s worth missing”.

Per quanto sia ormai abituata a prendere treno di ogni genere (anche gli stupidi regionali che non annunciano la fermata neanche a morire, anzi, ormai la prendo sul personale quando per sbaglio lo fanno), resto comunque abbastanza paranoica.

Oggi ho controllato almeno cinque volte di non aver sbagliato binario e che il treno in arrivo fosse proprio il mio… Eppure ancora un po’ ci spero. Spero ancora di riconoscere una fermata piú vicina a te, spero ancora di aver sbagliato direzione e di star tornando indietro da te, di doverti chiamare con la paura di disturbare per farmi venire a prendere.

Il controllore è appena passato a controllarmi il biglietto, la speranza si infrange. Eppure mi ero impegnata tanto a tenere la musica cosí alta da coprire la voce gracchiante che annuncia il lento avvicinarsi della mia città.

Dovrei scrivere di te?

Quante volte se l’era chiesto. Lui aveva la brutta abitudine di scrivere delle persone, di quelle importanti in qualche modo. Aveva promesso che avrebbe scritto di Lei ed aveva mantenuto la promessa, anche se ormai non si trattava più di un elogio funebre.

Le Lei della sua vita erano molte, tutte importanti a modo loro, e da giorni non faceva che pensare a Lei. Anche Lei se n’era andata, ma silenziosamente, senza alcun copione, senza scriverne una tragedia.
“Dovrei scrivere di te?”

“Eravamo uniti, non una cosa sola, ma due anime per mano che si sorreggevano a vicenda.

Ricordo che mi confessasti di volerti far del male perché qualcuno notasse il tuo dolore. La notte seguente ti sognai:

Te ne stavi lì, coi tuoi capelli viola ed il tuo abito bianco, con le braccia tese verso di me, ricoperte di tagli. Sentii il cuore spezzarsi e ti presi le mani. I tagli svanirono dalle tue braccia per riapparire sulle mie. Bruciavano e quasi facevo fatica a respirare tanto era il dolore, ma per te avrei sopportato questo e altro.

Poi sei svanita, e sono rimasto solo con le tue ferite.

Sembra ieri che te ne sei andata per davvero. O forse me ne sono andato io. O forse, semplicemente, le nostre mani si sono lasciate andare ed i nostri occhi non si sono più incontrati.
Però ci penso ancora, a te, a quel sogno.

E, nonostante tutto, ho scritto ancora di te, come ho sempre fatto.”

Feel

I was ok.

But try walking in my shoes for one day,
cigarette after cigarette
how does it feel?

Still breathing but suffocating
your words stabbing me
my chest is aching
how does it feel?

And hear the voices
“you’re not ok” “you are not enough” “you are not normal”
“you are weird”
how does it feel?

And still I sit beside you and ask
“how do you feel?”

Feel

I can feel it, that same feeling you had, crawling onto my skin. Spiders walking all over my body, tickling mi skin as they go over my legs, my waist, my bust, my arms, up to my face.
Everything goes dark.
Then a gentle touch slides his fingers on your arms, on your face, on your head, it goes through every inch of your body, clearing up everything. And the warm embrace of your last breath.

I can feel what you felt, and the dizziness of your thoughts. I can feel that soothing drink flowing down your throat, I can feel the weight lifted from your chest, I can feel the warm embrace and the sensation of flying.

I can feel that.

My condition

Symptom: from Greek σύμπτωμα, “accident, misfortune, that which befalls”, from συμπίπτω, “I befall”, from συν- “together, with” and πίπτω, “I fall”.

My symptoms:
Empathy: Empathy is seeing with the eyes of another, listening with the ears of another and feeling with the “heart” of another.
Could this be a symptom? Together I fall.
Faking: ‘Cause I am strong, keep it in mind. I am the strongest person you know, I don’t need you. But I need me, and I’m too busy faking strength to care for me.

 

I feel you, I fall. Again and again. It’s been like a chain, a circle, one by one they fell, and I fell with them. And again and again I’m standing here, like nothing could ever touch me, while I bleed from every pore.
Acceptance is hard, it took me years the first time… what now?
My disease, my condition, is not accepting death.

Graffia

Tu mi ucciderai senza tenermi stretta tra le mani,
mi dilanierai non dicendo una singola parola,
sarai il coltello piantato nel mio petto,
perché ogni volta è una ferita sentir quel qualcosa graffiare dentro di me.
Malsano, come ogni mio amore,
non mi divorerai con quelle voraci fauci,
e così facendo ne uscirò devastata.

Riesci a crederci?
Non farai nulla, se non esistere, e mi ridurrai in brandelli.

Io non provo nulla, mai, eppure per te graffia.

Tu mi ucciderai.
Tossico, viscido, disgustoso,
mi distruggeresti comunque.
Me lo dico, me lo ripeto, soffoco quella cosa che vive dentro di me

Eppure ancora graffia.

 

 

You will kill me without holding me in your hands,
tear me apart without a word,
you’ll be the knife in my chest,
each time it’s a new wound feeling that something scratching from the insides.
Sick, like everyone I loved,
you won’t eat me up with your insatiable jaws,
and I will be destroyed.

Can you believe it?
You’ll do nothing, except existing, and you’ll rip me up.

I never feel anything, but for you it scratches.

You will kill me.
Toxic, slimy, disgusting,
you’d kill me anyways.
I tell this to myself, and repeat, trying to suffocate the thing inside me.

But it still scratches.