La più grande storia mai raccontata – Lui e Lei

La più grande storia mai raccontata

Era una strana sensazione, un pensiero allettante quanto piacevole. “Questa sarà la più grande storia mai raccontata”, pensavo. Me lo sono ripetuto tanto da crederci. Era qualcosa di grandioso, un evento senza eguali, eroico, che stava per accadere nella mia testa.

Ho fatto un errore.

Eppure avevo il sentore che ci fosse qualcosa di sbagliato, ancora prima che iniziasse. Nella mia testa c’era stato un breve momento di calcolo delle possibilità ed avevo immaginato anche i finali peggiori. Già, solo i finali.

Ogni storia è composta da un incipit, un inizio in cui si presenta un ostacolo, uno svolgimento, che culmina nel climax, ed infine la soluzione del problema iniziale. Ecco, il climax: il culmine di tutto, il momento in cui l’azione raggiunge il suo apice, si sono poste le basi per la svolta e l’eroe lotta per il suo massimo ideale; tutti i sentimenti vengono svelati, ogni complotto viene portato alla luce; è il momento delle scoperte fondamentali, è il momento in cui ogni personaggio raggiunge l’apice della sua crescita -anche nella disfatta.

Io non ho considerato il climax.

Quello che era solo l’inizio della mia storia, per me era la conclusione. Il climax della mia storia era in realtà l’incipit. Solo l’incipit.

Non può esserci lieto fine ad una storia incompleta. Non può esserci una conclusione ad una storia che inizia soltanto.

Accecata dal successo ho creduto che tutto concludesse lì, con quell’atto, con quel viaggio. Prima di giungere alla conclusione di una storia però, i personaggi vanno presentati, conosciuti. Per conoscere un personaggio occorre seguirlo nel corso degli eventi, dalla prima pagina fino all’ultima. Nell’amore o nel disprezzo, finché la parola “fine” non vi separi.

Io ho saltato la mia parte di giuramento, credendo di dover già porre la parola “fine” dopo l’ultimo paragrafo della prima pagina.

Per questo ora scrivo. Questo è l’incipit della mia disfatta:

Non esiste l’illusione del lieto fine. Non si può vincere la partita quando si ha appena mosso il primo pezzo sulla scacchiera, per quanto un pedone possa spostarsi di due caselle alla prima mossa. Scritte le prime righe di un libro, non è possibile concludere. Colpo di scena, anche un inizio può contenere la parola “finalmente” e la frasi “tutto sarebbe andato per il meglio”, “erano liberi”…

Lui e Lei

Come poteva sentirsi a vedere quella persona marcire in un ammasso di abiti consunti per giorni, settimane e settimane…

Guardare quegli occhi spenti, quelle gambe che appena si muovevano per concederle di assecondare i più basilari stimoli fisici. A metà tra la vita e la morte. Con il protagonista, il suo motore immobile, parlava attivamente, era sveglia, poteva uscire, ridere, raccontare; quando si trattava di parlare con gli altri, personaggi minori, il tono mutava, diventava una nenia sofferente, con un filo di voce assecondava appena gli stimoli del proprio fisico, “acqua” “cibo”, o presentava frasi di circostanza per mostrarsi interessata alla vita dei suddetti personaggi.

Balle. Era l’unico pensiero del protagonista, “balle”.

Quando si trovava a descriverla rigurgitava un groviglio di pena e rabbia. Quell’affetto, che l’aveva spinto a cacciarsi in quella situazione, non era sicuro ci fosse ancora. Si trovava a interrogarsi su che fine avesse fatto il “bene che le voleva”. E vomitava. Vomitava parole, vomitava la rabbia, i nervi, lo schifo, la pena, fino a sentirsi un guscio vuoto, un bambolotto.

Ecco, si sentiva un bambolotto, in balia di una burattinaia fin troppo abile. Avrebbe voluto spezzare quei fili che lo legavano, ma ancora era turbato dal danno che avrebbe potuto causare a lei. Poteva essere questo un residuo di affetto?

La osservava marcire in quei vestiti, marcire sotto le coperte. La guardava aggirarsi per casa dopo aver dormito troppo, con quel suo sguardo che preannunciava tempesta, e non poteva far altro che aspettarla questa tempesta. Poteva appena chiedersi se sarebbe sopravvissuto.

La guardava tirar fuori quella bella faccia con gli amici e la sofferenza con quei piccoli personaggi secondari che le facevano tanto comodo per sopravvivere. Probabilmente anche lui, il protagonista, faceva parte dei personaggi secondari.

Come potevo sentirmi io a vederlo così?

Spiavo i loro discorsi, appollaiata sulla sua spalla, ed a volte mi pareva quasi di poterla vedere attraverso i suoi occhi.

Ah, quell’impulsivo idiota avrebbe ucciso per lei, sarebbe morto per lei! Ci aveva messo la firma con quella sua stupida idea di fuggire assieme, ed ora stava lentamente morendo. Per chi, non riusciva a capirlo.

Erano piccole cose a farlo scattare: rumori, movimenti, gesti, sguardi, parole… tanti piccoli dettagli che formavano la persona che si trovava di fronte, Lei.

Lui la guardava, la ascoltava, rispondeva, incassava ed incassava, poi correva a vomitare. Due dita in gola e via, anche se questo era più nello stile di Lei. Due dita in gola possono essere molto altro, come un aneddoto, un commento, un messaggio non letto, o anche l’attesa stessa di una risposta. Una promessa, un appuntamento mancato, la fiducia tradita. Una lieve pressione e via, di riflesso lo schifo accumulato dentro veniva scaricato, in un cesso o in un’altra persona non importava. A Lui bastava liberarsi.

Sì, liberarsi.

Quando si guardava allo specchio era costretto a trarre un respiro profondo. Inspirare, espirare, inspirare, espirare.

Gli mancava l’aria, si sentiva in gabbia ed il primo impulso era farsi del male. Molto spesso gli animali selvatici intrappolati finiscono per ferirsi, e l’uomo in fondo altro non è che un animale. Si era ritrovato a colpire muri, spigoli, armarsi di oggetti e colpire sé stesso. Lividi e sangue. Aveva altri motivi per cercare lividi e sangue, ma bastava il pretesto.

Quel pensiero lo disgustava, lo faceva sentire un fallito, allora distoglieva lo sguardo, ma dall’altra parte c’era Lei. Guardare Lei o lo specchio?

Inutile dire quanto male facesse vedersi con Lei nello specchio. Le sbarre si facevano più fitte, la gabbia più stretta.

Inspirare, espirare, inspirare, espirare. Due dita in gola ed un colpo secco. Inspirare, espirare…

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s