Il caffè delle 9

Ben svegliati, prego, accomodatevi, ho appena preparato il caffè. Questa volta lo zucchero ce lo mettiamo, però.

Non troppo tempo fa mi hanno chiesto se i racconti che scrivo siano fatti realmente accaduti.

A mo’ di pagine di diario, no?

La risposta è sì, e no. Citerò Chuck Palahniuk:

L’unica cosa che un artista può fare è descrivere la sua faccia. Sei condannato a essere te stesso. Questo, dice, ci lascia liberi di raffigurare ciò che vogliamo, dal momento che raffiguriamo sempre noi stessi.
La calligrafia. Il modo di camminare. Il motivo decorativo delle porcellane che scegli. Sei sempre tu che ti tradisci. Ogni cosa che fai rivela la tua mano.
Ogni cosa è un autoritratto.
Ogni cosa è un diario.

In quello che scrivo ci sarà sicuramente un pezzo della mia esperienza, è inevitabile. Quello che faccio io è andare a pescare dalla memoria i dettagli più forti, per poi tradurli in un racconto. Quindi sì, si tratta di fatti reali. E no, perché in fondo è un racconto, posso modificare a mio piacimento qualsiasi cosa, e così faccio. Confondo i protagonisti, dal momento che non hanno un nome proprio, li scambio: il Lui di oggi potrebbe non essere lo stesso Lui di cui ho scritto giorni prima, ed allo stesso modo Lei è variabile. Il soggetto non si può realmente conoscere, va interpretato, e dal momento che in qualsiasi cosa vediamo noi stessi, sarà un soggetto ancora diverso da quello di cui ho scritto.

Forse l’unica cosa che ciascuno di noi vede è la sua stessa ombra.
Carl Jung lo definiva il gioco delle ombre. […] noi non vediamo mai gli altri. Vediamo solo quegli aspetti di noi stessi che si riflettono su di loro. Ombre. Proiezioni. Le nostre associazioni.
[…]
Non l’immagine esatta, tutto rovesciato o capovolto. Distorto dallo specchio o dalla lente attraverso cui ci perviene.

Vale per le opere d’arte come per gli scritti di ogni genere. Ognuno li percepirà diversamente, ed è per questo che per un artista o uno scrittore è interessante raccogliere opinioni sul proprio lavoro, ascoltare la visione dello spettatore.

Ma perché scrivo? E’ uno sfogo, sì. Mi aiuta ad elaborare e buttar fuori pezzi di vita. Allo stesso tempo non perderà mai significato per me. Ci vedrò sempre quei pezzi di me, riconoscerò dalla prima riga il messaggio, ricorderò per sempre di aver scritto, mentre con i quadri mi perdo. Dopo un po’ il quadro per me perde il significato originario, non per altro, ma perché sono io per prima a cambiare col tempo. Il quadro diventa quindi mutevole, può essere interpretato in modo sempre diverso da chiunque, lo scritto no. Lo scritto rimane.

Visto? Questo caffè non è stato poi così male.

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