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Treni

Da qualche anno a questa parte i treni, e talvolta gli autobus, sono diventati i mezzi di trasporto che vedo di piú. Di questi ultimi mesi si può dire li abbia passati principalmente in treno.

Da qualche anno a questa parte mi trovo quasi a casa nelle stazioni, mi fa sempre piacere andarci, anche quando non devo partire.

Credo succeda quando le persone a te care vivono lontano. Ci sará qualcuno affezionato agli aeroporti, qualcuno che in auto amerá percorrere una determinata autostrada, checchè se ne dica del traffico, ci sará qualcuno che percepirá questa piacevole stretta al cuore alle fermate degli autobus.

Per me è cosí coi treni.
C’è però una nota triste nei viaggi. Spesso bisogna tornare.

Io piango quasi abitualmente quando torno a casa, a volte anche quando lascio casa, e trovo ci sia del bello: se fa male lasciare quel posto è perché c’è qualcosa che fa sentire la sua mancanza. Qualcosa o qualcuno “that’s worth missing”.

Per quanto sia ormai abituata a prendere treno di ogni genere (anche gli stupidi regionali che non annunciano la fermata neanche a morire, anzi, ormai la prendo sul personale quando per sbaglio lo fanno), resto comunque abbastanza paranoica.

Oggi ho controllato almeno cinque volte di non aver sbagliato binario e che il treno in arrivo fosse proprio il mio… Eppure ancora un po’ ci spero. Spero ancora di riconoscere una fermata piú vicina a te, spero ancora di aver sbagliato direzione e di star tornando indietro da te, di doverti chiamare con la paura di disturbare per farmi venire a prendere.

Il controllore è appena passato a controllarmi il biglietto, la speranza si infrange. Eppure mi ero impegnata tanto a tenere la musica cosí alta da coprire la voce gracchiante che annuncia il lento avvicinarsi della mia città.

Dovrei scrivere di te?

Quante volte se l’era chiesto. Lui aveva la brutta abitudine di scrivere delle persone, di quelle importanti in qualche modo. Aveva promesso che avrebbe scritto di Lei ed aveva mantenuto la promessa, anche se ormai non si trattava più di un elogio funebre.

Le Lei della sua vita erano molte, tutte importanti a modo loro, e da giorni non faceva che pensare a Lei. Anche Lei se n’era andata, ma silenziosamente, senza alcun copione, senza scriverne una tragedia.
“Dovrei scrivere di te?”

“Eravamo uniti, non una cosa sola, ma due anime per mano che si sorreggevano a vicenda.

Ricordo che mi confessasti di volerti far del male perché qualcuno notasse il tuo dolore. La notte seguente ti sognai:

Te ne stavi lì, coi tuoi capelli viola ed il tuo abito bianco, con le braccia tese verso di me, ricoperte di tagli. Sentii il cuore spezzarsi e ti presi le mani. I tagli svanirono dalle tue braccia per riapparire sulle mie. Bruciavano e quasi facevo fatica a respirare tanto era il dolore, ma per te avrei sopportato questo e altro.

Poi sei svanita, e sono rimasto solo con le tue ferite.

Sembra ieri che te ne sei andata per davvero. O forse me ne sono andato io. O forse, semplicemente, le nostre mani si sono lasciate andare ed i nostri occhi non si sono più incontrati.
Però ci penso ancora, a te, a quel sogno.

E, nonostante tutto, ho scritto ancora di te, come ho sempre fatto.”

Feel

I was ok.

But try walking in my shoes for one day,
cigarette after cigarette
how does it feel?

Still breathing but suffocating
your words stabbing me
my chest is aching
how does it feel?

And hear the voices
“you’re not ok” “you are not enough” “you are not normal”
“you are weird”
how does it feel?

And still I sit beside you and ask
“how do you feel?”

Feel

I can feel it, that same feeling you had, crawling onto my skin. Spiders walking all over my body, tickling mi skin as they go over my legs, my waist, my bust, my arms, up to my face.
Everything goes dark.
Then a gentle touch slides his fingers on your arms, on your face, on your head, it goes through every inch of your body, clearing up everything. And the warm embrace of your last breath.

I can feel what you felt, and the dizziness of your thoughts. I can feel that soothing drink flowing down your throat, I can feel the weight lifted from your chest, I can feel the warm embrace and the sensation of flying.

I can feel that.

My condition

Symptom: from Greek σύμπτωμα, “accident, misfortune, that which befalls”, from συμπίπτω, “I befall”, from συν- “together, with” and πίπτω, “I fall”.

My symptoms:
Empathy: Empathy is seeing with the eyes of another, listening with the ears of another and feeling with the “heart” of another.
Could this be a symptom? Together I fall.
Faking: ‘Cause I am strong, keep it in mind. I am the strongest person you know, I don’t need you. But I need me, and I’m too busy faking strength to care for me.

 

I feel you, I fall. Again and again. It’s been like a chain, a circle, one by one they fell, and I fell with them. And again and again I’m standing here, like nothing could ever touch me, while I bleed from every pore.
Acceptance is hard, it took me years the first time… what now?
My disease, my condition, is not accepting death.

Graffia

Tu mi ucciderai senza tenermi stretta tra le mani,
mi dilanierai non dicendo una singola parola,
sarai il coltello piantato nel mio petto,
perché ogni volta è una ferita sentir quel qualcosa graffiare dentro di me.
Malsano, come ogni mio amore,
non mi divorerai con quelle voraci fauci,
e così facendo ne uscirò devastata.

Riesci a crederci?
Non farai nulla, se non esistere, e mi ridurrai in brandelli.

Io non provo nulla, mai, eppure per te graffia.

Tu mi ucciderai.
Tossico, viscido, disgustoso,
mi distruggeresti comunque.
Me lo dico, me lo ripeto, soffoco quella cosa che vive dentro di me

Eppure ancora graffia.

 

 

You will kill me without holding me in your hands,
tear me apart without a word,
you’ll be the knife in my chest,
each time it’s a new wound feeling that something scratching from the insides.
Sick, like everyone I loved,
you won’t eat me up with your insatiable jaws,
and I will be destroyed.

Can you believe it?
You’ll do nothing, except existing, and you’ll rip me up.

I never feel anything, but for you it scratches.

You will kill me.
Toxic, slimy, disgusting,
you’d kill me anyways.
I tell this to myself, and repeat, trying to suffocate the thing inside me.

But it still scratches.

Ti amo. Addio.

Disclaimer: questo racconto contiene tematiche forti, a vostra discrezione se leggerlo o meno.

​Lei l’aveva avvertito.

Sarebbe stata vestita di bianco, avrebbe preso dei farmaci e si sarebbe tagliata i polsi. Lui scoppiò.

“Mi dispiace”, disse lei.

Tra un singhiozzo e una risata Lui riuscì appena a dire di non saper cosa dire.

Ma era in salvo, non aveva il vestito bianco di cui parlava, no?
Lei era la prima, e Lui non pensava ce ne sarebbero state altre. Non era amore. Era ossessione, era Lei, era tossico e deplorevole quanto riuscisse a tenerlo legato cosí indissolubilmente a sè.

E lui non vedeva nè voleva vedere. Mandava giú alcool come acqua, le prendeva la mano e gli pareva di correre per le lande di un sogno mentre Lei gli descriveva gli effetti di alcool e medicine combinati.

Un sogno stonato, di un Lui fatto per rendersene conto, per sentire stridere le corde di quel violino che lo accompagnava mesto.

Però non aveva quel vestito bianco. Era salva.
Un giorno Lei, Lui e un’amica sono usciti assieme. Girovagando per i negozi della città si spersero in chiacchiere, tutto sembrava filare per il meglio. Lei sembrava felice.

Ad un tratto vide Lei illuminarsi e saltellare in un negozio. La seguí, per poi vedere quel vestito: Il vestito bianco.

“Andiamo a pranzo al giapponese?”

Ed andarono a pranzo al giapponese. L’ultimo pranzo. Ogni boccone sembrava un passo in piú, un gradino in meno della sua lenta discesa verso la morte. Lui avrebbe voluto soffocare. Strozzarsi con un boccone di sushi e scappare cosí.

Inspira, espira, mastica e ingoia, inspira ed espira.
“Ti amo”

Lui se ne va a piedi. Aveva il pullman di fronte, avrebbe potuto prenderlo, ma no. Stava troppo male. Costeggia il fiume, ansima, sente il fiume che lo chiama. Vorrebbe caderci e fuggire cosí. Schifoso.

Si fa schifo da solo.

Ma Lei non lo fará, se lo sente. Non è vero. Non lo fará. Inspira, espira, un passo ed ancora un altro, inspira, espira.

“Ti amo”

“Addio”

Click.

Sirene. Una, due, tre, quattro, cinque. Urla e scalpita, nessuno capisce. Ha ansimato qualcosa al telefono, voleva che si svegliassero e la salvassero. Ansima, urla e scalpita. Sirene. Una, due, tre, quattro, cinque.

Loro non capiscono: non lo fará, non è vero, stai calmo. Loro non capiscono. Sirene. Una, due, tre, quattro, cinque.

“Ti amo”

Hallucinating

What was that sound?

Was it the tv? Maybe I’ll turn it off. Right, that’s better.

Wait what?

Who said that? And that sound again. It’s repeating like an alarm bell in my ears.

Who are you, speaking?

What was that sound?

Hey this is a new voice, and another one, and a ringing bell. Now skreeching, and a voice, and another, and a ringing bell. It all builds up. it only builds up.

I was sleepy, now I can’t close my eyes.

What was that sound?

Il caffè delle 9

Ben svegliati, prego, accomodatevi, ho appena preparato il caffè. Questa volta lo zucchero ce lo mettiamo, però.

Non troppo tempo fa mi hanno chiesto se i racconti che scrivo siano fatti realmente accaduti.

A mo’ di pagine di diario, no?

La risposta è sì, e no. Citerò Chuck Palahniuk:

L’unica cosa che un artista può fare è descrivere la sua faccia. Sei condannato a essere te stesso. Questo, dice, ci lascia liberi di raffigurare ciò che vogliamo, dal momento che raffiguriamo sempre noi stessi.
La calligrafia. Il modo di camminare. Il motivo decorativo delle porcellane che scegli. Sei sempre tu che ti tradisci. Ogni cosa che fai rivela la tua mano.
Ogni cosa è un autoritratto.
Ogni cosa è un diario.

In quello che scrivo ci sarà sicuramente un pezzo della mia esperienza, è inevitabile. Quello che faccio io è andare a pescare dalla memoria i dettagli più forti, per poi tradurli in un racconto. Quindi sì, si tratta di fatti reali. E no, perché in fondo è un racconto, posso modificare a mio piacimento qualsiasi cosa, e così faccio. Confondo i protagonisti, dal momento che non hanno un nome proprio, li scambio: il Lui di oggi potrebbe non essere lo stesso Lui di cui ho scritto giorni prima, ed allo stesso modo Lei è variabile. Il soggetto non si può realmente conoscere, va interpretato, e dal momento che in qualsiasi cosa vediamo noi stessi, sarà un soggetto ancora diverso da quello di cui ho scritto.

Forse l’unica cosa che ciascuno di noi vede è la sua stessa ombra.
Carl Jung lo definiva il gioco delle ombre. […] noi non vediamo mai gli altri. Vediamo solo quegli aspetti di noi stessi che si riflettono su di loro. Ombre. Proiezioni. Le nostre associazioni.
[…]
Non l’immagine esatta, tutto rovesciato o capovolto. Distorto dallo specchio o dalla lente attraverso cui ci perviene.

Vale per le opere d’arte come per gli scritti di ogni genere. Ognuno li percepirà diversamente, ed è per questo che per un artista o uno scrittore è interessante raccogliere opinioni sul proprio lavoro, ascoltare la visione dello spettatore.

Ma perché scrivo? E’ uno sfogo, sì. Mi aiuta ad elaborare e buttar fuori pezzi di vita. Allo stesso tempo non perderà mai significato per me. Ci vedrò sempre quei pezzi di me, riconoscerò dalla prima riga il messaggio, ricorderò per sempre di aver scritto, mentre con i quadri mi perdo. Dopo un po’ il quadro per me perde il significato originario, non per altro, ma perché sono io per prima a cambiare col tempo. Il quadro diventa quindi mutevole, può essere interpretato in modo sempre diverso da chiunque, lo scritto no. Lo scritto rimane.

Visto? Questo caffè non è stato poi così male.